Alexander Binder . La Foresta Nera

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EVES Web Magazine
Number Nine:
4/11/2009

Interviews with:
Alexander Binder

Nei lavori di Alexander Binder emergono diversi elementi di ispirazione; le influenze dei film horror dei primi anni 80 e l’estetica Black Metal sono solo la superficie della sua espressività, andando in profondità risulta che proprio dagli ambienti apparentemente sterili dell’intrattenimento deriva la maggiore ispirazione, quella di natura spontanea, che ha a che fare con il gioco e con la voglia di divertirsi senza troppe pretese di volere apparire, di dimostrare ad ogni costo di fare qualcosa. Stimoli per occupare il tempo e la mente.

E’ interessante anche l’aspetto autodidattico, la spontaneità e il fascino nel ricercare l’errore come elemento estetico, l’entusiasmo nel vedere emergere un progetto visivo che per scelta non utilizza nuovi media, ma diversamente, decide di avvalersi di un’estetica poco prodotta.


Testo & Selezione artista a cura di: Cesare Bignotti
Intervista a cura di: Franziska Lietzmann & Cesare Bignotti
Traduzione a cura di: Stefano Rusca

English Text: eves-eves.blogspot.com/

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Sono nato nella notte di Halloween del 1976, nei pressi della Foresta Nera, una zona rurale nella Germania sud-occidentale.

Ho iniziato i miei primi passi con la fotografia a 14 anni, quando i miei genitori mi diedero una macchina fotografica economica. Non c’è mai stato un momento speciale nella mia produzione - è stata più o meno un’evoluzione. Si cresce e si assorbono numerose influenze, per ogni singola idea si compie un passo in avanti nello sviluppo del proprio stile e del proprio messaggio.

Non ci sono molte cose da fare nella mia città, quindi ho speso molto tempo al videonoleggio. Il consumo elevatissimo di ogni genere di horror e thriller mi ha fornito una base per la mia libreria visuale personale. Ancora oggi amo gli horror dei primi anni ottanta: Texas Chainsaw Massacre, Halloween o Evil Dead (La Casa). La maggior parte dei miei lavori è influenzato dall’estetica e dai simboli di questo genere cinematografico.

Molte delle lenti che uso per le mie macchine fotografiche sono autocostruite, ricavate da giocattoli ottici, plastica e nastro isolante; le uso per creare l’effetto di diffusione dei miei lavori. Poi uso strumenti più semplici, un corpo macchina Olympus ed un vecchio pc con Photoshop. Evitando l’utilizzo del fotoritocco, per fortuna non necessito di apparecchiature troppo sofisticate.

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Se lo dovessi chiedere al mio consulente bancario, quanto spendo solitamente per creare le apparecchiature che utilizzo per la realizzazione delle mie opere, mi risponderebbe così: Troppo! Sono un one-man-show e gli oggetti e le maschere che vorrei utilizzare per realizzare le mie idee a volte sono decisamente costose.

Ho questo genere di immagini nella mia testa, ogni giorno, fino a dove riesco ad arrivare con i miei ricordi; penso che condividerle con altre persone sia una specie di psicoterapia per me.

Il mio lavoro, nella sua completezza è un’interpretazione moderna del “memento mori” medievale. Come alcuni dipinti degli artisti fiamminghi ci spingono a ricordare la nostra mortalità, oltre che motivarci e spingerci a pensare a ciò che potrebbe esserci dopo la vita ed ai poteri spirituali che ci influenzano.

I miei lavori sono adatti a qualsiasi tipo di media visivo, ho partecipato a mostre online, proiezioni, foto incorniciate ed altre cose più grandi; anche se, alla fine preferisco la classica foto stampata.

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Ho un’attitudine ambigua verso la comunicazione moderna. Se da un lato ci mette in condizione di stare in contatto con chiunque, ovunque e sempre, d’altra parte c’è chi diventa drogato di informazioni, sviluppa una soglia d’attenzione di tre secondi al massimo e non è capace di stare qualche giorno senza connessione internet e le ultime notizie.

All’inizio della mia cosidetta carriera artistica ho speso tutte le mie energie per le pubblicazioni, ma ho avuto modo di partecipare ad alcune grandi esposizioni, per esempio “Means To An End” alla galleria Heaven di Chicago (2008) con Melanie Schiff, Jason Lazarus ed altri grandi fotografi; e “I Don’t Believe In Miracles” presso Spacewomb a New York (2009), mostra curata da Alana Celii.

Da adolescente ho divorato i libri di Aleister Crowley ed ancora oggi ho una forte passione per i libri che trattano fenomeni occulti o paranormali. Nel mio scaffale dei dischi si trova uno strano mix di stili differenti; specialmente black metal di band quali Emperor, Nortt o i primi lavori dei Venom e musica elettronica di Aphex Twin o Kraftwerk. Per quel che riguarda le influenze è facile rispondere: basta guardare i miei lavori, alcune persone mi hanno già consigliato di venderli come immagini per le cover degli album metal.

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Quando avevo circa vent’anni ho iniziato un progetto di musica elettronica ispirata ad Autechre e Squarepusher, è stata un’esperienza divertente e abbiamo suonato in alcune feste illegali. Non abbiamo mai avuto ambizioni più grandi di quella, così abbiamo smesso dopo qualche anno.

In passato ho utilizzato drum machines analogiche e sintetizzatori; principalmente strumenti dei primi anni 80, Roland TB303, TR909, Jx3P, un vecchio campionatore ed un sequencer analogico. L’intero complesso di strumenti era collegato via MIDI e questo mi faceva sentire un pò come agli albori della musica elettronica, ogni volta il suono cambiava leggermente siccome ogni pezzo dell’equipaggiamento doveva essere ricollegato. Oggi concentro le mie ambizioni musicali erano nella creazione di colonne sonore per i miei video. Ho venduto tutti i miei vecchi strumenti, eccetto il mio adorato Roland Jx3P e sono passato ad un software di produzione musicale come Ableton Live, il più intuitivo programma musicale dal mio punto di vista. Posso usare solo il mio laptop ed è molto più facile comporre colonne sonore con questo software.

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Ho creato la maggior parte dei miei pezzi di notte, a casa ed in solitudine. Creare un pezzo in studio è, per me, un’esperienza molto diversa dal suonarlo dal vivo. A casa non ho nessuna pressione da parte di chi si aspetta una fantastica esibizione, nessuno ha pagato per assistere ad uno spettacolo; si ha tutto il tempo di sperimentare, combinare differenti suoni e campioni e per fare ciò che si vuole; per questo motivo apprezzo molto di più lavorare per conto mio nello studio.

Nella maggior parte dei miei lavori cerco di combinare digitale ed analogico; per esempio nel mio video “Pluton/Calabi Yau” ho usato un vecchio registratore vocale degli anni 80 per ottenere samples e voci ed Ableton Live mi ha aiutato ad arrangiare i diversi suoni sul mio computer.

Web: www.alexanderbinder.de